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UN DIALOGO:LUI,LEI

-Ci sono persone che non riesco a immaginarle da piccole.-

 

Lo disse mentre un soffio di vento più forte le alzava i capelli sulla testa, sopra quel viso scarno e pallido.

 

-Che vuoi dire?-

 

-Stavo pensando a Davide. Non me l’immagino da bambino. –

 

Lui le sorrise, mentre le aggiustava dietro l’orecchio quella ciocca non tornata al suo posto. Erano fermi, appoggiati alla ringhiera del terrazzo. Roma con le sue Chiese e le sue Mura si risvegliava quieta da una notte di pioggia e vento forte.

 

-E’ normale. Poi se parliamo di Davide, è proprio naturale. Io ad esempio non riesco ad immaginarmi mio padre da piccolo. C’ho provato un sacco di volte, ma..-

 

-Che c’entra! Per i genitori è diverso. E’ come immaginarseli mentre fanno sesso o si masturbano. Non ci riesci.-

 

Lui si sollevò un attimo, scostandosi dalla ringhiera fredda. La guardò con la testa storta, perplesso. Non si aspettava una frase tanto ardita da una ragazza come quella. Aveva pensato che fosse una ragazza che nel modo di vestire, sempre sobrio e accurato, rispecchiasse il proprio carattere, scialbo ed essenziale. Una di quelle ragazze che non vanno con gli sconosciuti, incontrati per caso ad uno spettacolo teatrale di un amico comune. Si era sbagliato su tutto.

 

-Beh, no. Mia madre me l’immagino mentre scopa e me l’immagino da bambina. Il fatto è che mia madre è sempre stata facile per me da capire. Una donna…a portata di mano. –

 

 

-A portata di mano?-

 

Ripeté lei, continuando a guardare davanti a sé. Indossava il pullover nero della sera prima. Largo e lungo fino a metà coscia. Però, ora l’aveva indosso senza i collant. Lui poteva vedere la pelle diventarle ruvida per il freddo. Lei sembrava non farci caso.

 

-Nel senso di chiara, trasparente.-

 

-Io ti sembro una donna “a portata di mano”?-

 

Lui sbuffò. Fece mezzo giro su se stesso e poi si lasciò cadere sulla ringhiera. Incrociò le braccia sul petto e abbassò lo sguardo.

 

-Lo sapevo. L’hai presa a livello personale. Ma io parlavo di mia madre, non di te. –

 

Si girò verso l’uomo. Lo guardava seria con le labbra socchiuse.

 

-Perché pensi che l’abbia presa a livello personale, scusa?-

 

Lui pure divenne serio.

 

-Penso che su una cosa siamo d’accordo. Ieri è stata una serata particolare. Abbiamo bevuto molto e Davide c’ha messo del suo. Ma penso che da quando siamo entrati in casa mia, sapevamo entrambi che sarebbe stato solo sesso. Una cosa da una notte e via.-

 

-“Da una notte e via”?! Perché hai voluto precisarlo?-

 

-Perché, dalle tue parole, ho capito che bisognava farlo.-

 

- Sai, dicono che chi tende a precisare qualcosa è perché quel qualcosa non ce l’ha chiaro neanche lui.-

 

Lo continuava a guardare fisso. Girò anche lei e si mise nella sua stessa posizione, spalle alla città.

 

 

-Io non credo che vogliamo fare davvero questa discussione. –

 

-Io non credo che dobbiamo farla, no. Ma credo che stanotte sia stato qualcosa di più. –

 

Lui avrebbe abbassato lo sguardo ancora più giù, se fosse stato possibile. Non riusciva a guardarla in faccia.

 

-Per me stanotte sei diventato un uomo “a portata di mano”. Sapevo cosa volevi e come lo volevi. Quando stamani mi sono svegliata e sono uscita in terrazza, sapevo che mi avresti raggiunta e sapevo che avresti fatto questo discorso. Sapevo che avresti puntualizzato il fatto che era stata una cosa da “una notte e via”.-

 

La donna alzò lo sguardo verso l’alto. Il cielo era ancora livido e il sole un ricordo.

 

- E sapevo anche che non lo avresti pensato veramente. E sai perché? Perché ieri c’eravamo entrambi. C’eravamo, capisci? Ora puoi dire ciò che vuoi e forse io sto sbagliando. Ma nella vita, almeno una volta, il rischio bisogna correrlo.-

 

Si rigirò verso di lui, ancora più decisa. Mentre lui affondava dentro le spalle.

 

- Quindi io te lo dico, a costo di risultare patetica o peggio banale. Per me è stato qualcosa di più. E vaffanculo al sesso occasionale. -

 

Senza che lui potesse risponderle, lei si sollevò e se ne andò verso l’interno. Lui la guardava dal vetro, mentre lei si infilava le calze. Lo faceva con una sensualità che lui non aveva notato la sera prima. Si aggiustò i capelli allo specchio dell’armadio e poi striscò veloce il rossetto sulle labbra. Era diversa. Si avvicinò di nuovo alla porta finestra.

 

-Io vado. Il mio numero ce l’hai. –

 

Scomparve veloce. La porta sbatté e l’uomo si portò le mani al volto, strofinandoselo.

 

-Mio dio…è pazza!-

 

Alzò lo sguardo. Poi di scattò corse verso la stanza. Arrivò alla porta d’ingresso in un baleno. L’aprì veloce.

 

- O ca..!-

 

Fece un sobbalzo nel trovarsela davanti.

 

-Scusa, scusa non volevo spaventarti. Ho dimenticato il cellulare.-

 

Rideva, mentre con un dito indicava l’interno della casa.

 

-Puoi prendermelo tu? Se no come fai a chiamare…-

 

Lui era serio, con una mano a bloccarle il varco.

 

-Sai hai ragione.-

 

-Su cosa?-

 

- Io mica me l’immagino mia madre che fa sesso.-

 

Lui iniziò a ridere, lei lo seguì. E continuarono a farlo, mentre lui le prendeva la mano e la tirava delicato dentro casa.

M.D.Q.