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SVEVA

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“C'è un attimo in cui tutto è ad un passo dall'accadere, in quella sorta di linea opaca dove ogni promessa si chiama speranza, un posto dove gli istanti acquistano il valore dell'attesa, l'immediata sostanza del 'potrebbe essere', è in questa piccolissima porzione di tempo e di spazio che mi piacerebbe averti vissuto, e non avere l'amara consapevolezza che qui noi ci siamo solo incontrati.”

 

Sveva era strana come sono strane le mele ad agosto. Aveva un modo di stare al mondo che non ho mai capito e sinceramente non era importante farlo. Ti rendeva partecipe, pur facendoti presente sempre che tu eri distante da lei come lo sono gli alberi dal cielo.

 

Sveva aveva le sue convinzioni. Credeva che fosse inutile il colore arancione nei semafori, perché in realtà nessuno si mette in guardia per arrestare la corsa, l’unica cosa che ti ferma è la paura di morire. L’unico colore davvero necessario era il rosso.

 

Gli alieni esistevano e avevano fatto sparire tante persone, negli ultimi anni andava sempre peggio. Era convinta che fossero stati gli alieni a rapire la sua gemella, quando avevano sette anni. Non capiva come dopo così tanti anni i suoi genitori non si fossero arresi, dimenticandola. Eppure io l’avevo vista, quando di nascosto prendeva vecchie foto e diceva a voce alta “Dove sei, porca miseria!?”

 

Aveva sempre trovato inutili le superstizioni. I gatti sono degli esseri bellissimi, soprattutto quelli neri, le scale sono fatte per salire, ma se ci passi sotto mica casca il mondo. Aprire gli ombrelli in casa è uno spettacolo emozionante, perché privarsene.

 

Sveva era fiera di poche cose. La prima fra tutte aver trovato almeno una volta nella sua vita la fine, o l’inizio non importa, di un arcobaleno. Stava tornando a casa e mentre percorreva la strada che costeggia la scogliera si era fermata. Aveva messo le quatto frecce ed era scesa col suo cellulare in mano. Aveva visto dove finiva l’arcobaleno: in una porzione di mare vicino la costa. L’aveva fotografata e aveva pensato che lì milioni di pesci argentati stavano girando su se stessi, colorandosi dei colori dell’arcobaleno. Mi aveva fatto vedere una di quelle foto e mi aveva detto che solo pochi altri al mondo avevano una foto così. Io non lo so se era vero, ma quella volta mi convinse.

 

La seconda riguardava aver seppellito il suo gatto nel posto più bello della terra, diceva lei. Una collinetta a pochi passi da uno strapiombo sul mare. Da lì si vedeva uno spettacolo incredibile. Lei ogni tanto ci andava a fare i suoi pic-nic pomeridiani. Io le dicevo che era di cattivo gusto mangiare sopra la tomba del suo gatto. Lei mi rispondeva che lui non sarebbe potuto essere più felice di così, e che in caso fosse morta prima lei avrei dovuto fare lo stesso: portare un cestino al cimitero e mangiare sulla sua tomba.

 

La terza sua più grande soddisfazione era stata conquistare me. Un uomo che di donne ne poteva avere quante voleva, che non faceva altro che vantarsi del suo modo di essere, di quello che aveva e avrebbe potuto avere. Uno stronzo che le donne le amava tutte e nessuna insieme. Lei diceva che conquistare me era stato facilissimo, che aveva usato la tecnica del diventiamo amici e non ti faccio capire che mi piaci. Poi col tempo la sua assenza per me era diventata insopportabile mancanza. Non le ho mai detto che io l’avevo capito subito che le piacevo, perché toglierle questa soddisfazione.

 

Sveva aveva dei rimorsi, mille rimpianti e aveva sempre creduto che abbandonare il suo violino fosse stato come percorrere uno di quei pontili che danno sui mari o i laghi, che sembrano non avere un senso dato che non hanno una fine e lasciano nel cuore di chi li percorre un vuoto dentro insopportabile.

 

Sveva era tutto per me e quando capii che mi aveva lasciato, è lì che mi resi conto di aver perso la cosa più importante che avevo.

 

 

 

- Poi un giorno mi porterai a vedere un'aurora boreale. Da soli, sulla vetta di una montagna ghiacciata, e a quel punto dirai ecco questo è per te!

 

Sveva me lo disse come se mi stesse dicendo di andarle a comprare le sigarette. L’avevo aspettata al chiosco per un caffè. Faceva freddo, era inverno e noi ci vedevamo al chiosco sul mare di Capomolini. Ma il posto lo sceglieva sempre lei. La guardai con la bocca aperta. Lei fissava il mare agitato e i suoi capelli frustavano quel viso così bianco, che sembrava di stare vicino ad un fantasma.

- Sì, probabilmente un giorno lo farò!

Abbassò gli occhi un attimo e poi li rialzò veloce. Sorrideva ed era triste.

Lo sapeva che non sarebbe mai successo. Che non l’avrei mai portata a vedere un’aurora boreale. Lei sapeva già tutto.

 

La prima volta che c’eravamo incontrati eravamo in discoteca. Mi ero avvicinato e col mio accento nordico le avevo chiesto se aveva una sigaretta.

 

-Non fumo.

 

-Okay. Allora vuoi da bere?

 

-Non bevo!

 

-Balli?

 

-Non ballo.

 

Ero rimasto incantato da quel naso. Aveva un naso imponente, importante, in quel viso bianco e ben proporzionato. Il suo naso non c’entrava nulla eppure era perfetto.

 

-Non vedo perché vieni in discoteca, allora?

 

-Non vedo cosa ti possa importare!

 

-Perché voi siciliane avete quasi tutte questi nasi…importanti?

 

Mi aveva guardato in un modo così eccitante che avrei potuto baciarla subito.

 

-Perché riconosciamo gli stronzi col fiuto!

 

Si era allontanata, sparendo tra la folla.

 

Non l’avrei rivista mai più se non fosse stato per lei. Qualche minuto dopo era ritornata con un drink per me. Mi aveva sorriso.

 

-Ricominciamo. Sono Sveva, scusa per prima. Il mio ragazzo si era appena dimenticato di essere fidanzato con me e si stava limonando con un’altra.

 

-Mi dispiace.

 

-Oh, non preoccuparti. Tu mi aiuterai a ripagargli il conto. Sbrigati a bere il drink.

 

Così avevamo ballato tutta la sera attaccati come fanno due persone che si conoscono da tempo. Sentivo il suo corpo strofinarsi contro il mio, ma i suoi occhi non erano mai per me. E ci stavo già male.

 

-Bene, vuoi il mio numero?

 

-No grazie. I rapporti che nascono in discoteca sono sempre falsi e fallaci.

 

L’avevo guardata perplesso e poi avevo abbassato lo sguardo.

 

-Ma dato che non c’è nessuno che mi riaccompagni a casa, ci potremmo conoscere in macchina. A quel punto non ci sarebbe nulla di male a scambiarsi i numeri. Che dici?

 

Sveva era sempre stata così, voleva una cosa e l’otteneva. Passava il tempo facendo progetti e scrivendo appunti sulla sua agenda e poi immancabilmente metteva un “ok” quando aveva raggiunto l’obiettivo. Di “ok” per lei non ce n’erano mai abbastanza. Eppure per me è sempre stata un treno ad alta velocità. Impossibile da raggiungere.

 

 

 

-Pronto.

 

-Pronto, che fai?

 

-Lavoro.

 

-Puoi lasciare per venire qui?

 

-Ehm, veramente no.

 

-Se ti dicessi che ne andrebbe della nostra amicizia, che probabilmente la tua presenza qui sarebbe l’unica cosa che potrebbe salvare ben tre anni di solida amicizia fra me e te. Aspettare vorrebbe dire la fine. Tu cosa mi diresti?

 

-Sveva...ma che hai preso?

 

-Dai, sono seria!

 

-Direi che qui non posso lasciare e che probabilmente devo dirti addio.

 

-Bene, era quello che speravo.

 

-Cosa?

 

-La nostra amicizia è appena finita! Devi fartene una ragione. Io sono innamorata di te e da questa mattina ho una voglia pazzesca di fare l’amore con te!

 

-Sveva…

 

-Sì.

 

-Aspettami, arrivo. Il tempo della strada.

 

Avevamo fatto l’amore così tante volte nei seguenti due giorni, che durante l’ultimo orgasmo mi aveva detto che avrebbe fatto sciopero per tutta la settimana successiva.

 

Con lei passavo le vacanze, le feste sacre, le ricorrenze, gli anniversari.

 

Avevamo molti amici, lei amava circondarsi di persone, andare una volta a settimana al cinema, perdersi nelle librerie e annusare tutti i libri, li comprava anche in base al loro odore. Aveva aperto un’associazione per giovani scrittori e faceva dei corsi di scrittoga, un miscuglio di scrittura e yoga inventato da lei. Sveva non piangeva mai e mai l’ho vista lamentarsi per qualcosa, apprezzava ogni istante che il destino le concedeva. Non ha mai fatto un lavoro che si avvicinasse lontanamente a quello che avrebbe voluto fare nella vita, ma lei cambiava idea talmente spesso. Non credeva in Dio, o forse non credeva nella chiesa, questo non l’ho mai capito.

 

-Se un giorno ci sposiamo, sarà in una piccola spiaggia vicino Taormina, porteremo lì il funzionario del Comune. Con i miei genitori e i tuoi, gli amici più cari e basta!

 

-E’ una bella idea, Sveva.

 

E così non fu mai. Perché non glielo chiesi mai di sposarmi, lo trovavo superfluo, noi c’eravamo a prescindere.

 

 

 

Arrivò il tempo di vivere insieme. A Capomolini, dove il mare c’è sempre, e chissà puoi vedere un arcobaleno tramontare sul mare incendiandolo di colori. Ricordo come coinvolse tutti i nostri amici per dipingere casa e costruire i mobili dell’Ikea. Come organizzava i lavori con una maestria inaspettata e come di notte si fermasse a contemplare il lavoro fatto nella penombra. La cucina bianca, il salone ocra, la stanza da letto violetta e il bagno arancio. Aveva un piano per tutto e quando la lasciavo da sola sapevo che al mio ritorno avrei trovato qualcosa di diverso in casa.

 

-Indovina? Cos’ho fatto?

 

E fu così per tutto il primo anno.

 

-Indovina Lory, daiii!!!

 

La prima sera che andammo nella nostra casa non c’era nulla. Il pavimento e delle coperte.

 

-Ho comprato qualcosa per cena e ho portato delle candele.

 

-Sveva, ma perché non dormiamo a casa dei tuoi e domani ci compriamo un letto.

 

-Lorenzo, non vorrai che la casa ti senta. Si potrebbe offendere. Fai silenzio.

 

Poi avevamo fatto l’amore per terra, tra le coperte di lana e il cibo da asporto. Ed era stato dolce e morbido, come le fragole mature.

 

Questa era Sveva. La persona più straordinariamente pazza, intelligente, ostinata, caparbia e imprevedibile che abbia mai incontrato nella mia vita.

 

Ma il tempo usura ogni cosa. E anche noi cambiavamo col passare delle stagioni. Sveva diventava sempre più triste e io non la capivo più.

 

Le storie finiscono, come non lo so e forse è meglio così. Ma sono convinto che uno dei due lo sappia fin dall’inizio, lo senta come avesse un sesto senso, Sveva sapeva tutto e mi aveva lasciato ignaro, libero di viverla come era giusto. Ti può rimanere il ricordo di com’era prima della fine, se sei fortunato. Io mi ricordo com’è iniziata, mi ricordo degli arcobaleni, delle aurore boreali, di tutte le cose che di Sveva sapevo e me la facevano amare.

 

E ne ho dimenticate altre.

 

Ho dimenticato le liti furibonde, i momenti in cui impazziva lanciandomi addosso quello che le capitava in mano. Ho dimenticato le parole terribili che mi gridava, dopo che io le avevo detto sei pazza. Ho dimenticato ogni silenzio insopportabile, ogni porta sbattuta, ogni distanza in quello letto che diventava sempre più enorme. Ho dimenticato quando tornava ubriaca la sera, dopo che era uscita con le sue amiche, e mi diceva che aveva baciato un tipo in discoteca dieci anni più giovane di lei. Ho dimenticato quando non venne al funerale di mia madre, dicendo che aveva mal di denti. Ho dimenticato quel biglietto lasciato sul mio cuscino, dopo che avevo vegliato tutta la notte mio padre morente.

 

“C'è un attimo in cui tutto è ad un passo dall'accadere, in quella sorta di linea opaca dove ogni promessa si chiama speranza, un posto dove gli istanti acquistano il valore dell'attesa, l'immediata sostanza del 'potrebbe essere', è in questa piccolissima porzione di tempo e di spazio che mi piacerebbe averti vissuto, e non avere l'amara consapevolezza che qui noi ci siamo solo incontrati.”

 

Ho dimenticato anche che per lei bastarono quelle poche parole per dirmi addio, senza cercarmi più.

 

Io ho amato Sveva, e a volte quando rimbocco le coperte a mia figlia penso che sarebbe stato bello se fosse stata nostra figlia. Riesco a trovare in lei somiglianze che non esistono, e poi mi pento di ciò che penso. Ho costruito la mia vita con un’altra donna. Con lei mi sono sposato in una chiesa con un prete e centocinquanta invitati. Con lei sono andato ad abitare in città in un lussuosissimo appartamento al centro. Con lei ho imparato a non aprire gli ombrelli in casa e a non passare sotto le scale. Ho imparato a fermarmi quando il semaforo è giallo. Con lei ho visto un arcobaleno, ma non abbiamo mai capito dove finiva, o iniziava non importa. Con lei ho imparato che i pontili dei laghi hanno un loro perché e che mangiare sulle tombe non è rispettoso.

 

A volte penso che vorrei sapere dov’è Sveva, cercarla e scappare via con lei. Immagino anche la scena in cui ci rivediamo e ci baciamo come fosse la prima volta, come quel giorno che scappai dal lavoro. E poi immagino noi due su una collinetta di ghiaccio a vedere una magnifica aurora boreale, ecco questo è per te, Sveva. Poi vedo mia figlia e resto fermo nella mia vita, come fanno gli alberi. Sveva scomparve, nessun amico la rivide più, nessuno seppe più nulla. Io non la cercai mai, avevo paura di vederla. Volevo ricordarla quando era ancora mia. Per un periodo guardai “Chi l’ha visto?”, nella speranza che fosse scomparsa sul serio e fosse quello il motivo del suo assoluto silenzio. Poi sono andato avanti, piano, ricominciando da zero.

 

E lì che ho iniziato a credere che gli alieni avessero rapito anche lei e per me questo fu il motivo della nostra fine. L’unico vero, possibile motivo.

M.D.Q.