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Bella e disgraziata

September 25, 2015

 

 

In questi ultimi giorni sono stata a Taranto. Devo dire, ahimè, che le mie uniche impressioni su questa città rimanevano quelle di una bambina di circa sette anni. Non ricordavo molto, ma ricordavo che non mi era piaciuta, la ricordavo brutta, sporca e piccola.

Inoltre, la storia che circonda Taranto è polverosa, come le nubi della più famosa Ilva, che governa incontrastata sulla città vecchia e guarda con assoluta sfida la parte nuova. L’Ilva è uno spettro più che mai presente nelle giornate di questa città, è innegabile che chiunque  passa dal ponte di ferro sia spinto a guardarla, come monito imperituro di fedeltà inalienabile.

Taranto è una città piccola, lo confermo anche ora che di anni ne ho 31. Non è molto pulita nella zona vecchia e nella periferia, ma mi chiedo quale città del sud lo sia. Il centro, invece, l’ho trovato pulito, tirato a lucido per un turismo che a Taranto non esiste. Taranto non è un porto turistico, qui non approdano navi da crociera, Taranto non ha neanche un aeroporto. Taranto è la città dei due domini: Ilva e Marina Militare. A Taranto non serve nient’altro.

In questa città  la stragrande maggioranza della popolazione o diventa operaia, al servizio dell’industria che oltre a mangiare l’ambiente si mangia anche la loro vita e quella dei loro discendenti, o diventa marinaio. Nella speranza, un giorno, che la Marina li riporti a casa.

Poi ci sono i pescatori, vivono tutti nella parte vecchia della città. Nascono e muoiono lì e la loro vita gira intorno al pescato del giorno.

I tarantini sono strani, poi, li vedi fare colazione nei bar vestiti come se andassero ad una prima alla scala di Milano e leggi nei loro occhi la difficoltà che fanno a far finta che tutto vada bene; fanno finta di non essere costretti a lavare ogni cosa due volte per levare via la terra rossa; fanno finta che sia normale far abbandonare la scuola ai figli per andare a lavorare; che va tutto bene se la città è dilaniata dalla piega della droga, perché d’altronde a Taranto non puoi fare nient’altro se sei un giovane e non ti va di studiare. Fanno finta di essere ricchi e siccome l’unico modo che conoscono è quello dell’apparire, si vestono firmati, comprano belle macchine e si augurano che le loro figlie conquistino e sposino bei marinai.

Non ci sono circoli ricreativi di rilievo, non ci sono ritrovi per i giovani, neanche discoteche, centri sportivi attrezzati come si deve, non ci sono multisala, solo quattro cinema, di cui uno fa solo film d’autore e che sopravvive a stento, nella desolazione di una città che ha smesso di sognare attraverso i film. Gli oratori sono deserti, perché le coscienze qui non hanno più bisogno di pregare quando sono di più i morti che quelli che vengono al mondo.

 

 

Taranto, nonostante tutto, mi è sembrata una città bella, avevo letto male le sue sfumature la prima volta, ma ero solo una bambina.

Taranto è una città che merita il rispetto di chiunque altro, è una città che ha vissuto una storia che nessun’altra città d’Italia ha vissuto, è una città che si è regalata ai più potenti per non sprofondare nel buco nero in cui molte altre città del sud sono finite, è una città che ha messo statue di sirene nel mare e le ha lasciate lì, nonostante ora non rappresentino altro che donne mutilate da un mare senza pietà.

Taranto è una città che va fiera del suo ponte di ferro girevole e te lo racconta alla perfezione se ti fermi a chiedere. Taranto è i palazzi imbiancati nuovi, la strada lastricata e lucida, è gli artisti di strada, pochi, pochissimi, ma bravi.

Quello che mi ha colpito è stata la natura degli abitanti di qui, la gentilezza quando chiedi informazioni, la felicità in loro nel vederti straniero nella loro città, il loro modo di scherzare e di dirti di no. Il loro cibo ipercalorico, perché a Taranto qualunque celiaco morirebbe di fame. Qui il pane si mangia con dentro le patatine e un altro mucchio di roba, l’insalata si mangia dentro un piatto fatto con la pasta del pane, la pasta si mangia facendo la scarpetta, e poi ci sono gli spuntini al bar con cornetti e dolciumi, il caffè delle dodici con la pralina di cioccolato, la pizza con gli antipasti fritti e...chi se ne frega della dieta, quando si muore di cancro.

Ma quello che mi ha colpito di più lo dirò qui di seguito:

Il vicino di casa del mio ragazzo, un tenore che dalle cinque del pomeriggio si esercita e ti fa ascoltare Figaro mentre fai la doccia.

Le nubi rosse sopra l’Ilva e il quartiere dei Tamburi, ho pensato di soffocare solo guardandoli, sembrava la città dell’occhio di Sauron del Signore degli anelli.

Una coppia felice con bimba, che si faceva foto a San Vito, e che io avevo scambiato per turisti, ma no erano tarantini e si facevano foto come fossero turisti.

Il mare. Il mare di Taranto è limpido, è pulito, è trasparente, è tutto quello che non dovrebbe essere. La costa dalla parte di San Vito è lunga, deserta e bellissima. E’ quel tipo di posto in cui vuoi perderti e ti auguri che nessuno ti venga a cercare. Un mare ed una costa che non viene sfruttata perché questa è Taranto, città d’industria e di Marina. Perché fare stabilimenti e resort in un posto così? Tanto più avanti c’è Lecce, Brindisi, Bari.

Il rosso del tramonto che è più forte dell’Ilva e fa dimenticare per qualche minuto della sua esistenza.

Taranto è una città che si è presa il carico di essere una città industriale al sud, come tale (e come molte altre) ha accettato di aver per sempre un destino infame e beffardo.

Ma d’altronde qualche città doveva pur prenderselo questo onere.

Non parlerò qui di cambiamenti, di quello che si potrebbe fare o non fare più;  non dirò che qui non deve solo e per forza investire la Marina. Mi rendo conto che una città che si è fatta la fama di essere sepolcro per i propri cittadini non si meriti una costa attrezzata, ma sicuramente un aeroporto sì (dato anche i continui e numerosi viaggi dei militari e famiglie di militari che vi abitano).

Non parlerò del gravoso problema Ilva, perché ne ho parlato già in passato e perché ho capito che per i tarantini l’Ilva è tutto, è il sostentamento, è l’occupazione sicura, e siccome in questo post voglio rispettarli al massimo dirò solo che su questo argomento non sono d’accordo con loro.

Dirò, però, che Taranto mi ha lasciato un miscuglio di emozioni che al mio ritorno a Catania, sul pullman, mi ha fatto anche commuovere. Mi ha fatto commuovere perché, nel silenzio di quello stesso pomeriggio, avevo assistito ad uno spettacolo della natura talmente bello che mi ha fatto amare ancora una volta la vita.

Dirò, dunque, che Taranto è bella, bella e disgraziata. Come una di quelle prostitute dalle curve morbide e dallo sguardo triste.

Una terra baciata da Madre Natura e stuprata dall’uomo. Taranto è l’esempio perfetto di come noi umani riusciamo ad essere dei distruttori anche quando siamo convinti che stiamo costruendo qualcosa d’importante.

 

 

 

 

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