• Manuela D.Q.

Il primo uomo sulla Luna, cinquant'anni dopo...

Aggiornato il: 20 lug 2019



Dal primo uomo sulla Luna all'uomo di oggi

Quant’eravamo orgogliosi quel giorno... Il primo uomo che camminava sulla Luna.

Non c’era una e dico una sola persona sulla faccia della terra, che fosse dotata di radio o televisione, che non stesse lì, ferma ad ascoltare e vedere compiersi il miracolo americano. E, chi per uno scopo chi per un altro, est e ovest, nord e sud del mondo, assistevano a quell’impresa.

Mia madre mi descrive quell’evento sempre con molta enfasi, mi racconta del caldo di quel giorno e del fresco di quella serata, delle dirette a reti unificate, di quello che dicevano i commentatori e i suoi genitori, reduci della Seconda Guerra. Le parole a volte non sono abbastanza, ma credo che, come nei migliori film hollywoodiani, Armstrong abbia fatto due miracoli quel giorno e abbia detto esattamente le parole perfette al momento perfetto.

Scritta e suggerita da altri, mi duole pensare. Anche se la storia vuole che l’americano l’avesse ideata una sera, giocando a Risiko, prima di partire per l’Apollo 11.

“Questo è un piccolo passo per l’uomo, ma un grande balzo per l’umanità.”

Che poi iniziarono quasi immediatamente le polemiche, perché sembra che l'astronauta disse "un uomo" anziché "l'uomo"... Questa frase racchiudeva mille significati diversi e oggi forse ne racchiude miliardi. Chissà se all’epoca, l'astronauta dell'Ohio, immaginva cosa avrebbe comportato davvero quel passo.

Oggi viviamo in una società alienante dove non solo, potendo godere dell’intero mondo, decidiamo di vivere in una sua metà artificiale, ma siamo anche disposti a plasmare le nostre vite in funzione di questo mondo virtuale. Cinquant’anni fa abbiamo raggiunto la Luna, forse per finta, credo più semplicemente io per sbaglio. Abbiamo, comunque, dimostrato quanto l’uomo può spingersi oltre e così abbiamo accelerato il nostro processo di sviluppo. La tecnologia ha fatto dei balzi in avanti ed il mondo è cambiato.

Se Armstrong potesse tornare in vita e tornare indietro nel tempo, probabilmente, conoscendo e vedendo dove siamo oggi, direbbe così: “Questo è un passo inevitabile per l’uomo e un balzo definitivo per l’umanità.“ Credo proprio che il 20 luglio 1969, mentre il mondo e mia madre erano lì, col fiato sospeso e il cuore impazzito, si sia dato il via a qualcosa di irrefrenabile. Quel qualcosa credo che fosse la nostra perdita sistematica dell'umanità così come la conoscevamo fino a quel momento, e così come è stata insegnata fino alla mia generazione (parlo della generazione degli anni ottanta). Non voglio ora dire che sarebbe stato meglio evitare l'allunaggio, oppure rimanere all’età della pietra. Non mi arrogo la pretesa di considerare le generazioni precedenti migliori delle successive. Dico solo che questo passo fu necessario e, allo stesso tempo, determinante per l’uomo moderno.

Ora l’uomo non aveva più limiti e, se anche ce n'erano, bastava studiarli per bene per superarli. Avevamo varcato i confini dell’unica Terra che l’uomo abbia mai calpestato e ora saltellavamo sul suolo di un satellite che, nonostante ci guardasse tutte le notti da vicino, non ci apparteneva. Ed è così che abbiamo iniziato a pensare che potevamo fare qualsiasi cosa, bastava lavorarci su, studiare e comprendere. L'uomo iniziava a cambiare, ed il processo era sistematico, giornaliero, implacabile.


Credo che lo stesso sia avvenuto nel 1492, quando un uomo di nome Cristoforo varcò i confini della Terra per approdare in un Nuovo Mondo. Un Mondo che non apparteneva all'umanità, così come la si conosceva all'epoca.


In definita, penso che, probabilmente, siamo stati creati proprio per questo. Per procedere e cambiare, perdendo ad ogni passo una parte della pelle che possedevamo.

Tutto ciò, però, dove ci porterà, verso dove procediamo? Tutta questa voglia di superare i limiti e di cambiare i nostri orizzonti, dimenticando sempre più da dove veniamo. Alla fine ci farà giugnere a casa?


Dove andremo non mi è dato di saperlo, ma dove siamo arrivati lo sappiamo e lo vediamo tutti. Abbiamo reso la nostra Terra inospitale; abbiamo distrutto specie animali e vegetali; abbiamo colonizzato praticamente tutti gli spazi abitabili. Siamo stati i despota di questo Mondo, giostrando il bello e il cattivo tempo. Abbiamo creato e fatto esplodere bombe nucleari, biologiche, geotermiche, solo per vedere cosa accadeva o, peggio ancora, per annientare i nostri simili. Abbiamo deciso che l’uomo moderno era l'unico che avrebbe dovuto tenere in mano le chiavi del Paradiso… Ma il Paradiso oggi è un Inferno.

Siamo inghiottiti, letteralmente, da lavori alienanti, da gioie momentanee, chiamate like o share. Ci facciamo chiamare così come appariamo e dimentichiamo noi stessi chi siamo veramente. Così poco interessati ai progressi della stessa nostra umanità che, se domani andassimo su Marte, diremmo solamente: “Ah, era ora...!"

Perché in realtà noi non abbiamo più interessi.

L’uomo moderno ha dimenticato le sue emozioni.

Non abbiamo più voglia di vedere il mondo, perchè il mondo lo vediamo già, attraverso il nostro smartphone. Se ci capita di fare un figlio, lo ingozziamo fin da subito con YouTube, Instagram e i video blog di merda, su come è divertente vedere giocare delle mani con dei giocattoli veri.


Ma i nostri figli non giocano più e alcuni di loro non hanno bisogno neanche di giocattoli veri.


Abbiamo gettato di tutto e ovunque; ed ora quel "tutto" torna indietro direttamente dalla nostra primaria fonte di vita: il mare. E se anche ormai lo sanno pure i muri che nel 2031 ci sarà il cambiamento climatico e nel 2050 nell’Oceano ci sarà più plastica che pesci, noi continuiamo ad usare bicchieri, posate, cannucce, qualsiasi cosa in plastica. Poi la domenica a mare abbiamo il coraggio di lamentarci: “Che schifo, il mare è una merda oggi!"


Quel 20 luglio 1969 si compiva una missione che sarebbe rimasta nella Storia. Una missione che accese la scintilla di una rivoluzione, perché ancora esistevano le rivoluzioni. O quanto meno si dava loro la giusta importanza.

E non perché all’epoca l’umanità fosse più pura o buona, no. Non è un problema generazionale. L’uomo aveva già abbondantemente dato prova di nefandezza. Semplicemente, però, si era più isolati, si aveva meno contatto fra di noi e meno condivisione di idee, e di idee malsane. Quello sembrava davvero il passo più grande che l’uomo avrebbe mai fatto.


Eppure paradossalmente andare sulla Luna non fu un passo così enorme, come connettere l’intera umanità con un click. Permettere proprio a chiunque e, in modo sempre più semplice, senza nessun filtro o censura di digitare e digitare e digitare.

E chi l’avrebbe pensato mai che alla fine la condivisione di idee avrebbe portato a questo punto.

Di cose belle ne abbiamo fatte in questi cinquant’anni e ne facciamo ancora tutti i giorni, questo è indubbio.

Mi è difficile, però, dare un peso a tutto ciò, mettere su una bilancia e porre un paragone, perché davvero temo il vincitore.

E provo dolore, e provo dolore nel vedere che c'è gente che non prova dolore.


Il dolore è show, il dolore è merce, il dolore non fa più male a nessuno. Ho letto di recente su uno di quei profili di Facebook, lasciati ad perpetua rei memoriam, di una persona morta due anni fa circa, un post di una sua amica: "Grazie a Facebook non soffro neanche, perché qui ti vedo e ti ritrovo sempre. Ringrazio questo portale che fa smettere anche di soffrire!"

E lasciamo stare il background socioculturale della persone che scrive, perchè non c'entra nulla. C'entra che lui è morto e dovresti prenderne atto. Dovresti soffrire e sentire la perdita e se non sai come si fa a soffrire, imparare. E' istintivo nell’uomo, prova. Ed una volta che impari a soffrire, vedrai, capirai anche cos’è la gioia.


Empatia, emozioni, esistenza. Queste cose non sono a portata di click, sono nella vita dei cinque sensi.


Ci siamo persi irrimediabilmente tra un click ed un selfie. Ed il cinquantennio dell'allunaggio è diventato solo una scusa per pubblicare video e condividere post.

Oggi sarebbe bello chiedere proprio alla Luna cosa ne pensa lei di noi. Osservatrice silenziosa, che vede crollare a pezzi l’unico Pianeta, che ha avuto la possibilità di amare. Calpestata una sola volta e poi dimenticata, come tutte le cose belle.


Peccato che non abbia un profilo Facebook, il suo post #ricordodioggi avrebbe fatto milioni di visualizzazioni.

Buon anniversario umanità, di strada in cinquant'anni ne hai fatta parecchia, ma non so ancora dire verso quale direzione.

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